laboratorio sul Clown ed il suo amico pagliaccio

-il laboratorio prevede  dieci incontri “attivi” all’interno dei quali si sperimenterà le tecniche e le dinamiche del clown e del pagliaccio con particolare riferimento ai meccanismi di autoironia propria e del gruppo

-il percorso laboratoriale non prevede la possibilità di classi miste ma è possibile effettuarlo con bambini e ragazzi dalle elementari alle medie superiori
-il percorso risulta particolarmente indicato la dove vi siano dei disagi (d’apprendimento, comportamentali, relazionali o altro)
-non si prevedono ma non si escludono elaborati finali
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Questo percorso focalizza sull’arte comica del Naso Rosso del Clown, è un percorso molto difficile, il clown è figura seria e malinconica anche se comica e simpatica, parla di umanità  e si differenzia assai dal pagliaccio che è un buffone, tutto trucco e niente anima e che di “lavoro” fa palloncini davanti ai fast-food per pubblicizzare un hamburgher.
Che lavoro fa il clown? fa ridere i bambini quando sono tristi.
Insomma lavorare così nettamente sul comico vuol dire lavorare sulla tristezza, i bambini spesso sono pronti, non possiamo dire altrettanto di noi adulti.
Per questo propongo il presente laboratorio con le dovute cautele soprattutto nelle classi primarie pur ritenendolo straordinariamente importante.
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percorso sul mostrarsi in scena e agli altri.

-il percorso prevede dieci incontri di pratica teatrale attraverso esercizi e giochi mirati asperimentare peculiarità dell’arte del teatro: il mostrarsi ed il dirsi attraverso anche la sperimentazione ditecniche quali quelle del clown, della narrazione, delle maschere.
-si prevedono partecipanti delle scuole elementari, medie inferiori e medie superiori, ma non classi miste!
-il percorso risulta particolarmente indicato là dove siano presenti disagi di tipo espressivo o altro
-non si prevede la produzione di elaborati artistici che tuttavia potrebbero esserci.
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E’ un modo per conoscere il teatro e da cosa è composto senza doversi obbligare e limitare alla mera rappresentazione (che prevede tutt’altro percorso). Conoscere il teatro nei suoi vari elementi e giocarlo in prima persona senza dover essere soltanto materia prima per il regista.
Qui si propone di divertirsi a provare le maschere e il naso rosso del clown senza ansia di doversi ricordare a memoria un testo, qui si propone di sentire l’emozione di essere davanti ad un pubblico senza dover far altro che esserci (ne’ parlare, ne’ recitare; metter insieme l’esser in scena, il recitar-parlando e la gestione dell’emozione prevede davvero tutt’altro percorso!)
Insomma che si diverta il bambino a conoscere il teatro e non il teatrante a far teatro con i bambini spostandoli, mettendo loro delle parole in bocca etc etc.
*Testi di riferimento per le insegnanti: “Tutti giù dal palco” di G.Scaramuzzino
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Commento su Ballata dal Blog di Lucio Angelini

blog di Lucio Angelini – Cazzegi Letterari

“Chi scrive libri”, ammonisce Karl Kraus, “lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo.”

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Il Giovanni Carli che ha firmato la regia di “Ballata per cloùn soli” – rappresentata sabato scorso ad Altino (Venezia) nell’inconsueto spazio di un salone di ristorante –

non è quello della medaglia d’oro al valor militare (“fulgido esempio di coraggio, di mirabile forza d’animo e di combattente”) di cui qui:
http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Carli,

ma quello del blog

www.giovannicarli.com

Epperò il coraggio non manca nemmeno a lui, per esempio quello di sostituire al tradizionale teatro PER i bambini, un innovativo teatro CON i bambini. Nella sua concezione, infatti, i bambini lavorano bene su temi che per l’adulto sono tabù (la morte, l’abbandono, la solitudine…) e reagiscono agli stimoli proposti fornendo partecipati suggerimenti risolutivi. A Giovanni Carli, insomma, interessano davvero le loro reazioni e risposte, da cui si attende diimparare molto. Così come, degli adulti, gli interessa scandagliare e recuperare soprattutto la parte che definisce “infanta”.

Recita la locandina dello spettacolo: “Opera da adulti per bambini e viceversa“.

Ma che co’sè un cloùn?

Non esattamente un clown, anche se, al pari dei clown, una figura che ha a che fare sia con la prigionia dei ruoli, sia con l’esigenza di uscirne.

Nel sito di Giovanni si legge:

Non sono un clown, utilizzo la sua maschera: il naso rosso, per fare il cloùn. Cos’è? Un’altra roba. Che ‘roba’? … Boh?!”

Probabilmente un cloùn è una sorta di creatura in progress, volta sia a schivare le insidie dei contesti in cui si trova a vivere (nella scena tutto è sbilenco o insicuro o traballante), sia a cercare soluzioni per le proprie inadeguatezze comportamentali, stili di vita incapaci di procurare quel pizzico di felicità a cui ogni essere umano giustamente aspira.

Di proposito, quindi, i due cloùn in scena generano ansia con i loro comportamenti strampalati e un po’ pasticcioni, spingendo in tal modo i bambini del pubblico a suggerire divertite correzioni “a viva voce” nel corso della rappresentazione.

Il bambino, diceva Bettelheim, “ha bisogno di idee sul modo di dare ordine alla propria casa interiore, per poter creare su tale base l’ordine nella sua vita”.

Nei loro spontanei tentativi di aiutare i personaggi in scena, i bambini del pubblico aiutano di riflesso anche se stessi.

Le inadeguatezze della “casa esteriore” proposte da Giovanni Carli sono metaforizzate da una porta pericolosamente inclinata, una caffettiera che scotta chi l’afferra, una radio ribelle che non si lascia sintonizzare con docilità, lampade oscillanti che ad ogni momento rischiano di colpire in testa i personaggi in movimento sotto di esse, mega-lancette d’orologio sempre bisognose di ricarica per poter scandire i tempi del sonno e della veglia, del lavoro e dell’alimentazione…

Ma l’inadeguatezza maggiore è data soprattutto dal fatto che i due cloùn – appunto “soli” – si incrociano continuamente negli stessi spazi senza mai accorgersi l’uno dell’altro, finché non si arriva a una sorta di momento clou (e forse anche un po’cloùn): quello dell’incontro e del riconoscimento reciproco. Solo alleandosi con i propri simili, e non ignorandoli, – pare suggerire Giovanni Carli – si può vivere con maggiore saggezza, mettendo un po’ d’ordine nel caos della propria esistenza e strutturando un mondo più vivibile.

(Da sinistra a destra: Alessandro Conti, Mara Guadagni e il regista Giovanni Carli)

Ballata per cloùn soli_Recensione #3

ballata per cloùn soli da dentro il cassetto

ballata per cloùn soli da dentro il cassetto
ballata per cloùn soli da dentro il cassetto

Martedì una bella serata. Numero uno perchè ho rivisto un’amica che non rivedevo da tanto tantissimo tempo e che sono sempre stra-contenta di rivedere (quanti nasi rossi abbiamo passato insieme!). Numero due perchè ho rivisto il mio maestro cloùn che ormai è anche un amico che non rivedevo da tanto tantissimo tempo e che sono sempre stra-contenta di rivedere. Numero tre perchè ho visto uno spettacolo davvero proprio carino, dove il mio maestro clòun che ormai è anche un amico ci ha fatto la regia. “Ballata per due cloùn soli” si chiama. Due cloùn che condividono la stessa casa arredata con scenografie pazzescamente esaltanti (enormi orologi ruotanti, porte inclinate, finestre dondolanti..), ma senza sapere l’uno dell’altro. Ridi, eh, perchè è inevitabile con un cloùn d’autore come quello del mio maestro cloùn. Però, come se lo gestisce lui, con il cloùn parli di cose serie, eh, come la solitudine. E ti arriva, immediata, perchè con il linguaggio dei bambini le cose arrivano subito. Clap clap per questo spettacolo.

E quindi ecco, a me è tornata di nuovo voglia di fare un po’ di cloùn. Non per i palcoscenici, eh, per me. Voglia di riassaporare la vita con la sensibilità di un cloùn. Che insomma, tutto ha un altro spessore. Anche tu stesso. E quindi, io intanto mi porto dietro il mio naso rosso, poi vediamo.

" T34tr0 x… " progetto di indagine sulla fruizione dell'arte infanta

Questo progetto vuole indagare la necessità del fantasticare.

Non è una proposta per bambini e ragazzi ma da loro prende spunto ed insegnamento così da riportare l’attenzione anche sul fantasticare adulto.

Facciamoci due domande:
#) Quanto è necessaria l’attività immaginifica dei bambini per la loro felicità ed il loro percorso di crescita?
#) Quanto è necessario desiderare, sognare, esprimere i propri bisogni fantastici? Necessario e non “soltanto” importante?

Anche solo leggendo queste due domande si percepisce immediatamente quanto sia di importanza vitale per i più piccoli sognare, fantasticare e desiderare per essere felici e quanto sia importante essere felici per potersi vivere la propria età pienamente.Si pone quindi il problema di quanto sia vitale anche per l’adulto essere a contatto con la propria emotività i propri sogni, desideri ed utopie.

Legati al fantastico vi sono temi importanti come la creatività, la speranza, la fiducia, l’elaborazione dell’esperienza e forze anche l’intelligenza.Tutelare ed ascoltare l’infanzia in questa sua innata qualità è importante per imparare a nostra volta a tutelare ed ascoltare la nostra emotività, a conoscerla, ad usarla per vivere meglio ed anche noi per poter continuare a crescere.

Quindi poniamoci altre due domande:
##) Quanto è necessaria l’attività immaginifica e fantastica degli adulti per la loro felicità? Quanto è necessario sognare, ascoltare i propri desideri, esprimere i propri bisogni emotivi e fantastici, proteggere le proprie utopie? Necessario e non “soltanto” importante?
##)Quanto tutto questo è vitale al punto da farci vivere meglio, più consapevoli, veri, tendendo ad una sempre maggiore felice convivenza con gli altri e soprattutto con noi stessi? Quanto l’essere creativi, fiduciosi, aiuta ad affrontare ed elaborare problematiche quotidiane e straordinarie?

Queste quattro domande sono alla base della nostra indagine, le risposte probabilmente saranno complesse e di difficile lettura ma cercheremo di essere creativi, le emozioni sono una bella materia prima per un lavoro anche quando non sono soltanto positive. Il nostro desiderio di conoscenza è marcato e poter lavorare su questi temi ci aiuta ad avere speranza e fiducia nel presente.

Ecco da dove scaturisce “ T34tr0 x “ (leggasi “teatro per” ndr), oltre che dagli incontri con artisti, esperienze e opere in questo mio durante, scaturisce, forse in modo molto più semplice, direi quasi filogenetico e, perché no, ontogenetico, dal caso che mi ha portato a frequentare l’infanzia ed il teatro ragazzi (e non per ragazzi)e dalla necessità di frequentare anche il mondo “adulto” e da una ricapitolazione operata dalla necessità nei confronti del caso.

Giovanni Carli                                         **  visualizza la bozza progettuale completa **